Apri tutto! [Puntata 6]
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Ho letto una di quelle frasi che girano, non so dove, che dice che tutte le cose belle della vita spettinano. Sembra banalmente vero, ma non mi dice niente. Chi cazzo se ne frega, alla fine, che spettinano. E poi per esempio cucinare mi piace, ma non mi spettina. Trovo più mia la tesi che tutto ciò che spacciamo per “cose fatte per noi stessi” sia in realtà un’arma a doppio taglio. “Fai le cose che non hai mai potuto fare in questi anni”. “Pensa a te stessa”. “Ritrova il tuo equilibrio”. Sono figate innegabili. Sono grandi verità, di quelle che uno prima di dirle si sente obbligato ad aggiungere “Ti sembrerà una frase fatta ma…”. La vita mi sembra tanto piena di grandi verità innegabili che uno quando sta di merda fa quasi fatica a starci, perché esistono millemila consolazioni fighissime che fanno al caso tuo, e adesso dai, esci con noi, cosa fai da sola in casa, ti farebbe bene staccare. Dai va bene, e intanto penso che due coglioni, ma non lo penso neanche per davvero, perché dentro di me non c’è niente di più vero del fatto che mettermi l’ombretto nuovo di Kiko e uscire siano cose fatte per me stessa. E’ tutto così vero, quello che si dice, che a volte la mia presa a male inizia a sembrarmi finta, al confronto. Il vortice delle grandi verità mi ha risucchiato e adesso mi gira la testa, e ad ogni spin vedo delle cose diverse: tu, persone, io, case, ombretto oro, borsone, analista, autolavaggio, grattaesosta, grattaesanguina, grattaepensa, non ci sto, ti accetto, non mi accetto, ti odio, mi odio, ci odiamo, mangio, non ho fame, ho famissima, puzzavi, puzzerò, ascoltami, salvami, lasciami stare. A volte se poi piango smette di girare, solo che non sempre mi viene da piangere nel momento giusto allora metto “Arrivi stai scomodo e te ne vai” di Dargen, che mi sta quasi sul cazzo da quanto vuole far piangere apposta. E io abbocco, ma prima ci provo ci provo per un pò, e poi cedo quasi sempre alla fine, quando dice “ho il cacao, la cannella”. Fare le cose per sé stessi è una di quelle cose che dovrebbe portarti ad essere felice a prescindere, da cosa non lo so, ma penso dagli altri. Ho iniziato a cucinare tutti i santi giorni, facevo i muffin, le brioches, ho fatto anche la focaccia, e mentre impastavo e cuocevo mi sentivo presente, mi sentivo che stavo seguendo quei consigli universalmente veri e che ero figa anche con la faccia screpolata. Solo che dopo sette giorni avevo la casa piena di dolci e pezzi di focaccia, e non riuscivo a mangiare tutto, e allora la focaccia iniziava a seccarsi ai bordi, i muffin diventavano dei macigni di farina, il pollo e i funghi restavano sdraiati sotto la pellicola trasparente nel frigo e mi veniva solo da piangere da quanto ero sola, perché il cibo non parla, e non ti dice quant’è buono e che ne vuole ancora, e anche se la cucina è tutta piena e vissuta di piatti e padelle luride io invece sono sola e pulita. Questo è il doppio taglio del fare le cose per sé stessi, credo. Credo che sé stessi non esista, e se non esiste qualcun altro per cui esistere allora non esiste sé stessi. Non siete pronti per le cose lievitate, più che altro non sono pronta io a dirvi come si fa perché sono abbastanza convinta che mi siano venute bene per puro caso, o forse perché quando si cucina senza motivo le cose vengono meglio, o forse boh. Ci devo ancora pensare, poi decido. Poi nel caso facciamo la INGREDIENTI
Mettete il burro in una padella e fatelo sciogliere, poi ci piazzate i petti massicci a rosolare per 4-5 minuti a lato. Poi sfumate il bicchierino di Porto tenendo il fuoco alto, e aspettate che il pollo lo assorba bene. Poi, discretamente in batta, abbassate il fuoco al minimo e togliete i petti e fateli riposare dove volete (sconsiglio sul divano, specie se è bianco, ah-ah minchia che ridere). Nella stessa padella col sughetto del pollo buttate gli champignon tagliati a pezzetti, con mezzo bicchiere d’acqua. Fate andare finché non iniziano ad ammorbidirsi, e a quel punto bam arriva la panna da cucina. La tanto odiata panna da cucina. Lei è come la volgarissima Patrizia dell’ufficio, quella dell’amministrazione coi capelli palesemente tinti e la piega fatta dal weekend. E non si lava i capelli fino al sabato dopo perché vuole tenersi la piega, che però non tiene mica fino al venerdì, e allora già dal giovedì la vedi che inizia ad avere il ciuffo unticcio. Ha sempre delle gonne e dei tailleur con le spalline che vogliono passare per capi di un certo livello, ma è troppo tettona, e ha il culo troppo da segretaria d’esperienza per risultare come vorrebbe. E di fatto la odiano tutte le colleghe, e i colleghi uomini le fanno battute a sfondo sessuale durante tutto l’orario lavorativo, specie quando si gira per sistemare le pratiche. Questa è la panna da cucina, che se avesse un nome sarebbe proprio Patrizia. Bon Appetit! |





