La macchina 50 di Rosario Miraggio. Una lettura critica.

Quest’opera, all’apparenza una banale storia di capricci adolescenziali, maschera in realtà con molto gusto e ironia una feroce critica sociale alla borghesia napoletana, che ha finalmente raggiunto i mezzi economici per evolversi, ma non è riuscita a progredire sul piano culturale e, in ultima analisi, sociale.

Si comincia infatti dai grandi sforzi fatti per raggiungere una condizione da tanto tempo agognata (“è una settimana che non mangi”), una vita di stenti e privazioni che ha però permesso alla neoborghesia, cresciuta nei quartieri più poveri e disagiati, di affermare a pieno diritto il proprio posto nella società. Affermazione, va notato, non priva di scontri con il potere costituito (“e tu pe’ dispietto non ci porti ‘o cafè”) incapace di comprendere i reali bisogni del ceto medio emergente (“pateto domanda ma ca tieni nennè”).

Si entra velocemente nel secondo atto, in cui la trasformazione da reietti della società a membri pienamente riconosciuti avviene molto (troppo?) velocemente: grazie alla meravigliosa metafora della sopresa (“mamm’t t’a ritt te l’è jut’ a accattà”) che introduce uno dei momenti più poetici dell’opera (“ora sul tuo viso torna già il sorriso, scinn’ cu ‘o piggiam’ a lo ‘spettà”), in cui l’innocenza di una neonata classe sociale viene rappresentata dalla fanciulla protagonista del video, entriamo nel tema centrale dell’opera, il simbolo di questo nuovo status: “tuo padre finalmente l’ha comprata: la macchina 50 profumata”.
Poco prima di raggiungere il climax, l’autore ci fa capire in pochi versi come questa improvvisa crescita economica non sia, ahiloro, seguita da un’adeguata crescita culturale che ne guidi gli sforzi. Si comincia infatti con un accenno al grande numero di persone che sono state coinvolte, o meglio travolte da questa crescita (“e tu stasera tutta priparat’ / na foll’ ‘rint ‘a machin ‘e fizzàt”), che non tardano a disprezzare le loro origini umili, per marcare un distacco che ancora non si è pienamente realizzato (“sfutt’ e uaglion’ ngopp ‘e motorin’”), come testimoniano alcuni simboli della propria acerbità, vere e proprie vestigia di un passato fin troppo recente (“stai chien’ r orsacchiott’ e topolin’”), che vengono crassamente esposti con una sicumera quantomai incauta (“o stereo ad alta voce pe’ cantà”).

Apparentemente, nonostante tutto, la borghesia si sente a proprio agio all’interno della società che le ha permesso di raggiungere il nuovo status, e che le attribuisce un valore prima di allora solo sospirato (“e nel quartiere tu sei già una star”).
Ma siamo ormai giunti all’inevitabile legge della fisica che, così come coinvolge inesorabilmente corpi gravi come automobili e pedoni, coinvolge anche, in maniera non troppo dissimile, i grandi gruppi sociali.
Complici un’ingenuità e un entusiasmo comprensibili, ma assai pericolosi, l’exploit si traduce in un vero e proprio disastro, simboleggiato dalla sbandata della tanto cara macchina 50 (“al volante fai paura nun sai guidà / chist’ curve a cent’ all’ora nun ‘e po’ fà”) e dalla nuova, altrettanto improvvisa consapevolezza di non essere in grado di mantenere questa condizione con l’equilibrio (“mamma mia chi ce l’ha fatto fà”) che una crescita culturale avrebbe potuto se non garantire, quantomeno suggerire.
Anche il potere costituito avverte che è stato un errore permettere, con un liberalismo lassista e assai poco prudente, un’anomalia sociale di tale portata (“tuo padre ma che guaio c’ha combinat’ / la macchina 50 t’ha accattat’”) e non gli resta che l’amara consapevolezza di un esperimento fallito.
Il video ci mostra infatti un incidente tra Rosario Miraggio, narratore ironico e bonario di questa parabola nazionalpopolare, e la sventurata protagonista. Ma non tutto è perduto: piuttosto che ricorrere a sputi e ceffoni, come usa risolvere le controversie di questa natura, Rosario si limita a riassumere, ripetendo i versi salienti della sua canzone, la storia di questa meteora sociale, sperando che la lezione sia stata finalmente imparata da tutti.

Dal punto di vista musicale, siamo di fronte ad un grande canone della musica neomelodica napoletana, che mescola saggiamente ritmi caraibici, synth-pop e la tradizione partenopea della musica leggera. Il ritornello è orecchiabile, con una metrica impeccabile, grazie alla sapiente unione di vernacolo dialettale e di italiano comune.
Per quanto la formula sia abbastanza classica, è una soluzione ideale per raggiungere l’attenzione dei giovani napoletani che sono sicuramente in grado di cogliere il sottotesto.

La regia ci offre la meravigliosa vista della promenade della Mergellina, e alcuni emozionanti spezzoni di inseguimenti automobilistici a bordo della mitica macchina 50.



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