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Bob Dylan @Alcatraz Milano, 22.06.11

Per la gloria Bob Dylan suonava negli anni ’60, per il conto in banca suppongo non suoni più da tempo. Ora suona per il puro piacere. Di mantenere le sue ex mogli.
Al concerto ci presentiamo, riprendendo le parole del Geometra Calboni in “Fantozzi”, come due cafoni che credono faccia molto chic arrivare in ritardo. E vabbè. Fortuna che imbucarsi nel cuore del live è cosa di subito, perché Zimmie appare in forma. Se ne sta lì al suo organetto, quasi di tre quarti, ad abbaiare, tanto che l’impressione è che i gradi di separazione tra lui e Tom Waits siano sempre di meno. Sugli alti lascia parecchio a desiderare, ma chissenefrega. Se avesse avuto anche la voce si sarebbe chiamato John Denver: con il dovuto rispetto, non sarebbe stata la stessa cosa. I pezzi vibrano tutti di blues: ritmato, elettrico, addirittura sexy. Sì, ormai l’uomo di Duluth ci dà di blues, ora è solo un altro tramite di quei misteri, di quei rituali. D’altronde, se a settant’anni si fosse presentato chitarra, armonica e stop, in quanti avrebbero abbandonato la sala schifati? Il folk è stato la sua primavera, adesso suona quella musica che anche nelle pubblicità definiscono “da vecchi”. Lineare.
La band che lo accompagna è sopraffina, penso che se suonassi anche solo un terzo di come suonano quei musici me la tirerei da qui al Sahara. Lui, da sotto il suo nero cappello, si centellina, si dà al pubblico in modo misurato. Le sue apparizioni in proscenio scatenano applausi che lui ripaga in ghigni e soffi nella sua armonica. “Siete venuti per vedermi, eh? Volete vedermi fare anche questo, vero?” sembra chiederci. In fondo sì. Questo è ciò che tocca in sorte alle icone. Fattene una ragione.
“Highway 61” non è più una Buick garage rock ma un vecchio treno che sbuffa sicuro, e tu ci sali e sei felice di subirti i borbottii dell’Uomo Sottile che siede proprio lì, nel tuo stesso scompartimento. “Like a Rolling Stone” è sempre lei, forse aveva già settant’anni quando uscì, “Blowin’ in the Wind”, invece, ci metti un po’ a riconoscerla ma ha delle rughe bellissime.
C’è sempre qualcuno che alla fine dei tuoi concerti dice che non gli sei piaciuto, sembra un ritornello sulle bocche dei fan: i tuoi concerti ormai fanno tutti schifo, bisogna andarsene prima della fine, eccetera, eccetera… Io invece ti ringrazio, Vecchio. Perché almeno per un paio d’ore mi hai portato con te nelle rauche terre del Mississippi.
L’armonica passa a Marco.
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