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Bob Dylan @Alcatraz Milano, 22.06.11

Se fossi Fabio Volo, penso che avrei commentato così: un concerto con un’aura talmente grande che se avessi pianto, le lacrime di gioia sarebbero cadute verso l’alto.
Stazione radio di Shrevenport, capoluogo della parrocchia di Caddo, Louisiana. Frequenze folk, talvolta rock ‘n’ roll, qualche cucchiaio di blues. Se Bob Dylan fosse un cartone animato, sarebbe il galletto di Robin Hood, il Menestrello. Solo che invece di raccontarti la storia dell’eroe della foresta di Sherwood, ti scrive la sua.
Voglio Hurricane, voglio l’acustica, voglio cantare anche io. Passano 4 pezzi prima che si metta per la prima volta col viso di fronte a noi. Non mi ha regalato niente di quello che ho chiesto.
Ma ero estasiato, sciolto in movimenti che da uno di 194 centimetri vorresti vedere con cadenza decennale. Ma io il trucco l’ho capito, caro il mio Zimmerman. Tu ieri sera, hai fatto le cover di Bob Dylan. Un concerto con dentro un concerto con dentro un storia, di cui con estrema chiarezza ho capito solo “How does it feel”.
“Quando non sai cos’è, è jazz”, “Allevi fa musica classica”, “Elvis non è morto, l’hanno rapito gli alieni”. Luoghi comuni della musica.
Una chitarra acustica a sinistra, una linea di basso blues corposa che esce lenta da un Rickenbacker. Una batteria di sottofondo leggera, una Fender solista, un violino, un ukulele. In mezzo, Lui, con quello che credo fosse un Hammond. Una canzone alla volta, li hanno sfatati tutti.
“Andrea, ma Blowin’ in the Wind, è del 1963… c’ha 38 anni!”
“Alt… 48, Marco.”
Ha chiuso così, come se volesse dirci che un artista vero è colui che non cerca di essere quello che era, ma quello che sarà. Folk, rock ‘n’ roll? Non lo so. Io ho sentito il calore di una struttura ripetitiva a dodici battute, piena di note blu.
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