Sudamerica di merda [Cap. 7/8]

7.
Venerdì sono andato poi da lui. In via Tabacchi. Sono arrivato lì alle 4 meno venti e ho aspettato fuori fino alle quattro in punto. Ho sempre pensato che chi arriva in ritardo lo fa apposta. Per far vedere che lui ha delle cose da fare. Forse invece qualcuno ha davvero qualcosa da fare appena prima di fare una roba con te o da te. Sono entrato nell’ufficio del Manto senza bussare. È l’unico modo di farsi ricevere all’ora giusta dai carabinieri. Lui mi ha visto entrare e ha alzato le sopracciglia verso di me. Si è alzato ed è uscito a fumarsi le sue sigarette da troia anni ’80 senza dire niente. Mi sono seduto al suo pc e ho dovuto solo digitare. Era già sulla finestra della ricerca nell’archivio della motorizzazione. Emme i tre quattro sei nove sette vudoppio. Esce Carriòn Cesar. Doppio clic su Carriòn. Escono dieci targhe. Segno tutto. Controllo anche la fedina. È pulita. I veicoli targati intestati a questo sono tutti Volkswagen. Due Polo, due Golf, una Fox, Una Sharan, una Bora, una Passat, un Transporter, una Lupo. Il tipo è residente in via Giusti, 28, Milano. È del ’43. Tra le righe leggo che ha un sacco di voglia di parlare con me. Purtroppo non c’è nessun recapito telefonico. Mi arrangio.
Esco senza fare segni a Mantovani. Lui si spegne la sigaretta sul tacco degli scarponcini e la butta nel cestino. Rientra.
Non è successo niente. Non succede mai niente.

8.
Lo stesso giorno vado con una bici che ho trovato slegata nei box di casa mia fino in Paolo Sarpi ad appostarmi sotto il portone del 28 di via Giusti. Mi siedo in questo bar che si chiama Il Liceo. Aspetto. Dalle 5 del pomeriggio fino alle dieci. E bevo. Alle dieci me ne vado a casa. E dormo.

La notte
[Sono Michael J. Fox. Non so che mi verrà il Parkinson. Sgaso di brutto a fianco al jeepone di Flea dei Red Hot Chilli Peppers. Sgaso e sgaso. Lui mi fa “Ehi McFly, non sarai mica un FIFONE”. Io non sono un fifone. Ma siamo al terzo film della serie e ho imparato ad essere intelligente. Sgaso, lui parte e io parto in retro e giro a 180 la macchina e me ne vado per i fatti miei. Rinuncio alla vita. È il mio martirio. Forse diventerò un santo. San Michael J. Fox non sta bene però. La rinuncia alla vita adesso riempie il mio film e il mio personaggio e io penso a tutti i film che si potrebbero girare in presa diretta e poi penso al sacrificio del linguaggio, che si porta addosso un’intera mitologia, penso alle “Note al ramo d’oro” di Wittgenstein e penso a un linguaggio sempre una parola prima della parola da dire, un linguaggio abortito di continuo, un linguaggio che non mi parla, ma che io posso parlare, il silenzio. E l’aborto infatti è l’unica forma di cristianità contemporanea. L’unica possibile almeno. E solo le donne la possono. Sono Michael J. Fox e non diventerò santo. Me ne giro con la mia morosa di “Ritorno al futuro” che è cambiata dal primo al secondo film, in macchina. E non diventerò santo mai.]

Continua.



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